La riscoperta della scienza psichedelica


Traduzione dell’articolo originale inglese/This is translated from the original article in English here: “Psychedelics are on a trip from mind benders to mind menders.”

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Centinaia di milioni di persone nel mondo, alle prese ogni giorno con gli effetti debilitanti delle malattie mentali, potrebbero avere accesso quanto prima – in Usa potrebbe succedere nel 2021, secondo la non-profit Maps (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies) – a una serie di trattamenti psichiatrici in grado, secondo gli stessi ricercatori, di migliorarne le condizioni di vita in maniera significativa. Si tratta di cure basate su sostanze il cui valore terapeutico è scomparso dalla cultura popolare per via del proibizionismo imposto a inizio anni ’70 in Usa e poi nel resto del mondo: le droghe psichedeliche.

Oggi siamo di fronte a quello che il Nyt Magazine, insieme ad altre fonti internazionali definiscono, a ragione, il “rinascimento psichedelico“. Gli psichedelici, e in particolare l’Lsd, balzarono all’occhio dell’opinione pubblica negli anni 1960-70 a seguito del ruolo centrale assunto nella controcultura giovanile. Con il Controlled Substance Act voluto da Richard Nixon nel 1971, psilocibina, LSD e altri allucinogeni furono inseriti nella classificazione più restrittiva, la Tabella I (nessun valore terapeutico, forte rischio d’abuso, pene draconiane per l’uso ricreativo), e quindi messi fuorilegge anche per la ricerca scientifica, nonostante le prove scientifiche di segno opposto. A metà anni 1980 anche l’Mdma (Ecstasy), diffusosi rapidamente nei rave party di mezzo mondo, venne incluso nella medesima norme restrittive.

Nuove speranze

Tuttavia fin dai primi anni ’90 un nutrito gruppo di ricercatori, esperti e attivisti per la riforma delle politiche sulle droghe iniziarono a collaborare in varie istituzioni – non soltanto in Usa e Regno Unito, ma anche in Brasile e Olanda – per riavviare le indagini scientifiche sulle potenziali applicazioni terapeutiche degli psichedelici. Secondo costoro, sostanze come psilocibina (l’ingrediente psicoattivo dei “funghetti magici”), Lsd, Mdma e chetamina – se assunti sotto stretto controllo medico e comunque soggetti a ulteriori test clinici – potrebbero rivoluzionare il nostro modo di comprendere e affrontare la salute mentale. Mentre la depressione è divenuta la causa primaria della disabilità mentale (dati OMS), con i comuni farmaci che si rivelano inutili per terzo dei malati, gli psichedelici sembrano rivelarsi un’imprevista fonte di speranza,

«È incredibilmente eccitante poter offre un paradigma di nuovo tipo per la psichiatria e per il trattamento di quelle malattie mentali che stanno diventando una vera e propria epidemia nel mondo occidentale», sostiene Amanda Feilding, fondatrice e direttrice del centro di ricerca londinese Beckley Foundation.

Fin dagli anni ’70 Feilding, oggi 75enne, ha seguito in prima persona gli studi sugli psichedelici (Wired) e collabora con le maggiori università britanniche e internazionali nella ricerca delle applicazioni mediche degli allucinogeni. Pur nell’ottimismo per il crescente interesse in questo campo, Feilding ha rimarcato a WikiTribune che rimane ancora molto da fare.

I ricercatori da una parte all’altra dell’oceano appaiono comunque ottimisti. Seguendo parametri medici oramai comprovati (NYT Magazine), i primi risultati scientificamente promettenti delle loro ricerche paiono confermare il valore terapeutico di incorporare le sostanze psichedeliche illegali nel trattamento psichiatrico di svariati disturbi mentali – spingendo altresì per ulteriori ricerche.

Un’epidemia globale di malattie mentali

Oggi i disturbi mentali sono assai diffusi, provocano sofferenze lungo termine e costano ai governi dei Paesi sviluppati miliardi dollari l’anno. In Inghilterra, nel 2014 un adulto su sei rivelava i sintomi di un disturbo mentale – per le donne, si scendeva a una su cinque (NHS Digital). Negli Stati Uniti, la cifra è leggermente più elevata, con circa 44 milioni di persone affette da qualche tipo di problemi mentali ogni anno, secondo la National Alliance on Mental Illness.

Da decenni le cure psichiatriche per malattie comuni ma devastanti come la depressione non sono affatto migliorate: i farmaci di maggior uso restano gli antidepressivi SSRI messi a punto sul finire degli anni ’80 (NYT Magazine). Nel marzo 2017, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che oltre 300 milioni di persone soffrono di depressione e questa è la causa primaria della disabilità a livello globale, con una crescita pari quasi al 20 per cento dal 2005 al 2015.

Gli psicofarmaci restano i farmaci prescritti comunemente per la depressione moderata e severa. Pur se moderatamente efficaci (The Lancet), provocano fastidiosi effetti collaterali e non funzionano affatto per circa un terzo dei pazienti (NCBI), soggetti a quella che viene definita depressione resistente ai farmaci comuni. Considerati inoltre i tempi d’attesa spesso lunghi per la avere accesso ai servizi pubblici, molti pazienti non possono permettersi le spese per la psicoterapia in studi privati (The Independent).

«Siamo davanti a una combinazione quasi perfetta», spiega a WikiTribune Robin Carhart-Harris, responsabile dell’unità per la ricerca psichedelica presso l’Imperial College di Londra. «Da una parte c’è questo problema cruciale che la medicina moderna non è grado di risolvere, e dall’altra abbiamo un trattamento innovativo… in fondo si tratta di prendere il meglio di tutti e due i mondi, assumere un farmaco e usare la terapia, integrandoli in modo particolare». 

Cresce l’interesse per gli allucinogeni

Ciò contribuisce a spiegare perché le agenzie governative sulle droghe in Usa ed Europa stanno mostrando un serio interesse per le sostanze psichedeliche. Corroborando i risultati delle ricerche condotte già negli anni ’50 e ’60, recenti test clinici sull’uso della psilocibina per persone affette da depressione cronica si sono rivelati promettenti. nell’ottobre del 2017, il gruppo di Carhart-Harris all’Imperial College, in collaborazione con la Beckley Foundation, ha pubblicato i risultati di un primo test in quest’ambito, mentre nei prossimi mesi sono previsti due ulteriori test clinici.

«Per la prima volta abbiamo dimostrato gli evidenti cambiamenti dell’attività cerebrale in individui affetti da depressione sotto l’effetto della psilocibina, dopo il fallimento delle cure convenzionale», ha spiegato Carhart-Harris (Imperial College). «Molti pazienti hanno descritto la sensazione di un ‘risettaggio’ dopo il trattamento…la psilocibina sembra offrire loro quel temporaneo ‘riavvio’ di cui hanno bisogno per superare lo stato depressivo».

Anche negli Stati Uniti sono in corso test clinici per l’uso della psilocibina contro la depressione, mentre la start-up britannica Compass Pathways ha investito 13 milioni dollari (NYT Magazine) per un test di ampie proporzioni che coinvolgerà otto Paesi europei, per un totale di 400 persone affette da depressione resistente ai comuni farmaci (Financial Times, con paywall).

Intanto in Usa, a inizio anno la Maps ha avviato la terza e ultima fase dei testi clinici per l’uso dell’Mdma nel disturbo post traumatico da stress (Dpts), condizione di cui nel 2017 erano affetti quasi 12 milioni di americani (National Institute of Mental Health). Secondo certi ricercatori statunitensi, anche la chetamina sarebbe efficace nel trattamento della depressione cronica a breve termine. Alcune cliniche private in Usa (Business Insider) e nel Regno Unito hanno iniziato a prescriverla per trattare l’ansia e la depressione.

I problemi della ricerca

Due le maggiori difficoltà per i ricercatori. La prima riguarda il reperimento raccolta degli ingenti fondi necessari per i test clinici. Normalmente sono le grandi aziende farmaceutiche ad assumersi questi costi, investendo decine di milioni di dollari nella speranza di ricavarne farmaci brevettabili con ampi margini di profitti. Non è tuttavia questo il caso degli psichedelici: la formula chimica dell’Lsd è di pubblico dominio (risale a 75 anni fa), mentre la psilocibina si trova in natura, in particolare nei funghi della famiglia Psylocibe. La mancanza dell’esclusività comporta uno scarso incentivo commerciale a fare ricerche su queste sostanze (NYT Magazine), oltre al difficile iter burocratico per ottenere i vari permessi per via della loro perdurante illegalità. 

Anche i finanziamenti di enti pubblici, di cui spesso beneficiano i ricercatori, in questo caso sono difficili da ottenere, secondo Feilding e altri ricercatori intervistati da WikiTribune. «Abbiamo ricevuto fondi dal Medical Research Council per un test [con la psilocibina]», aggiunge Carhart-Harris. «Fatto del tutto inedito, perché neppure in Usa si registrano finanziamenti da fonti tradizionali per la ricerca psichedelica». La stessa Maps poggia esclusivamente su donazioni private, compreso oltre un milione di dollari ricevuto recentemente in Bitcoin (sul tema delle criptovalute, si vedano gli articoli di WikiTribune).

Il secondo, annesso problema sta nel fatto che la grande maggioranza degli psichedelici restano sotto leggi proibizioniste pressoché in ogni Paese del mondo. Pur se formalmente le norme internazionali non ne vietano la ricerca scientifica, il mantenimento di questo quadro normativo non fa che perpetuare lo stigma contro gli allucinogeni seguito all’ondata controculturale di fine anni ’60. Non mancano comunque ricercatori, attivisti e legislatori impegnati nell’affermazione della libertà di ricerca scientifica anche su queste sostanze.

«Il maggior impatto della ‘war on drugs’ è stata la stigmatizzazione di queste sostanze e il rifiuto di considerare gli effetti concreti delle droghe», ribadisce Natalie Ginsberg, collaboratrice della non-profit americana Maps. «Credo che ciò abbia avuto un devastante effetto inibitorio e ha spinto molti medici e ricercatori brillanti, convinti sostenitori del progresso scientifico, a ignorare completamente queste sostanze e ogni possibilità che possano offrire trattamenti efficaci [per i disturbi mentali]».

Terapie psichedeliche del futuro

Da metà anni ’70 fino ai ’90 la ricerca legale sulle potenziali applicazioni degli psichedelici «è stata virtualmente impossibile», aggiunge Feilding. Il panico morale seguito all’ondata controculturale nel mondo occidentale rese incredibilmente arduo anche solo considerare gli allucinogeni per fronteggiare seri problemi sanitari.

«Soltanto negli ultimi due o tre anni si sono aperte davvero le porte alla ricerca. Improvvisamente le potenzialità degli psichedelici stanno iniziando ad avere riconoscimento come strumenti molto validi da parte dei ricercatori e da una fetta di pubblico ben informata», conclude Feilding.

Oggi gran parte della popolazione mondiale soffre di qualche disturbo mentale e le sostanze psichedeliche possono offrire speranze concrete, insistono i loro sostenitori. Si tratta però di un campo in piena evoluzione, dove mancano ancora certezze definitive. Come ha detto a WikiTribune Philip Gerrans, un accademico australiano che studia il legame tra neuroscienze e filosofia: «Probabilmente oggi le neuroscienze sono ben lontane dal livello di conoscenze raggiunto da Galileo e Copernico sull’astronomia».

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